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La storia dello sport in Italia

La storia dello sport in Italia

Il movimento sportivo italiano nasce prima dell'Unità d'Italia: nel 1833 il conte Cesare di Saluzzo, ministro della Guerra del Regno di Sardegna, convoca a Torino il maestro dello sport Rudolf Obermann, svizzero, e lo incarica della preparazione fisica degli allievi della Reale Accademia Militare di Torino.
Undici anni più tardi, lo stesso Obermann, coadiuvato da appassionati sostenitori dell’attività fisica, fonda il primo club sportivo italiano, la Reale Società Ginnastica di Torino, fra i cui iscritti figurano, oltre al re, gli eredi e i reali di casa Savoia. Gli scopi e i principi su cui viene fondato questo club sono totalmente e unicamente civili: diffusione degli esercizi ginnici, organizzazione di una scuola gratuita per fanciulli e formazione di maestri dello sport.

Contemporaneamente, a Napoli, Ferdinando II di Borbone, istituisce una Commissione per la riforma della pubblica istruzione, a capo della quale mette Francesco De Sanctis. Questi definisce il sistema scolastico pessimo, in quanto costringe i fanciulli, inquieti e mobili per loro natura, a una continua attenzione e immobilità, pertanto predispone esercizi ginnici proprio per ovviare a tale problema.

Se a Torino lo sport si afferma in ambito militare, a Napoli si afferma tra le mura scolastiche.

Nel frattempo, anche a Genova, Venezia e Pisa sorgono società sportive e palestre, che non si dedicano solo alla ginnastica, ma praticano anche l’equitazione, il tiro e la scherma.
Con l’ unità nazionale, la legge Casati sull’istruzione, impone nelle scuole l’insegnamento della ginnastica e l’istituzione di un magistero per la formazione di istruttori scolastici: l’attività fisica deve essere sì svolta dagli studenti, ma sono i maestri a essere tenuti a insegnarla in modo corretto e, pertanto, devono essere a loro volta formati.
Sulla scia di queste disposizioni, qualche anno più tardi, la legge Coppino sancisce l’introduzione dell’educazione fisica in tutte le scuole, dalle elementari alle superiori. Nelle scuole entrano varie discipline sportive con i relativi attrezzi: la palla e il volano alle elementari, il tiro a bersaglio, la scherma, il giavellotto e il disco alle superiori. Dal canto loro, le ragazze si dedicano al volano e saltano alla corda. Si tratta di esercizi obbligatori, che vengono insegnati e valutati.

Tuttavia, quello scolastico non è il solo ambito in cui fiorisce il movimento sportivo italiano, così come non è prerogativa unicamente del mondo militare. Infatti, l’attività fisica coinvolge gran parte della società raggiungendo prima i ceti sociali più elevati, che possono giovarsi di una grande disponibilità di tempo libero, per poi estendersi alla borghesia e al nascente movimento operaio.
È proprio il processo di industrializzazione a favorire la nascita e lo sviluppo dell’associazionismo nel territorio italiano. Al contempo, sorgono le federazioni, chiamate a vigilare sull’attività delle singole discipline. La prima federazione a nascere è quella della ginnastica, poi del ciclismo e del canottaggio.

Tuttavia inizialmente furono i giornali sportivi a promuovere gare e competizioni, non essendo le federazioni ancora in grado di organizzare eventi e manifestazioni. 

Certo, per la classe operaia il tempo da dedicare alle attività, risulta essere limitato, eppure lo sport prende sempre più piede: il suo scopo è sicuramente quello di far svagare e di far divertire, ma anche di far svolgere una sana attività motoria al maggior numero di persone.

In Lombardia, in mancanza di impianti adeguati, la società ginnica Mediolanum, promuove l’apertura di pubblici piazzali per gli esercizi fisici e i giochi: stabilisce e pubblicizzale norme per l’esecuzione di detti esercizi; raccomandanda alle società di ginnastica e di sport di favorire la pratica dei giochi e di dare ad essi posto nei concorsi.

Nel 1901 le società affiliate alla federazione sono ben 120 e, accanto ai concorsi di ginnastica, sempre più numerose sono corse e marce organizzate su medie e lunghe distanze, diverse competizioni prevedono premi anche in denaro per invogliare la partecipazione di quanta più gente possibile. Da qui a poco, infatti, parecchie manifestazioni sportive vengono battezzate come “popolari”, in quanto aperte a tutti, senza distinzione alcuna. Il canottaggio si pratica nei fiumi, in mare, nei laghi, persino nelle acque dei canali cittadini, così come il nuoto che, in assenza di piscine e impianti adeguati, viene praticato nei bacini e nei corsi d’acqua naturali. Bisognerà attendere 25 anni, prima che un campionato italiano venga disputato in una piscina, l’impianto del Centro di Educazione Fisica di Roma alla Farnesina. Nelle città del Nord, in particolare a Torino, si organizzano escursioni in montagna, alle quali partecipano, numerose, anche le donne.

Per quanto riguarda lo sport attualmente più popolare nel nostro Paese, ovvero il calcio, pare che Gabriele D’Annunzio sia stato il primo cronista di un match di pallone, al quale prese parte in prima persona. Ma sembra che durante l’incontro cadde e perse due denti. Da quel giorno dice addio al calcio non senza prima, però, averne descritto gesti e movimenti. L’incidente di gioco capitato a D’Annunzio rimarca che in questi primi match calcistici si dà scarsa importanza alla correttezza e gli scontri di una certa violenza sono all’ordine del giorno. Le prime partite di calcio vengono disputate nelle principali città marittime, Genova, Livorno, Napoli, Palermo e questo per un motivo ben preciso: i primi a promuovere incontri calcistici, disputati spesso sui moli dei porti, sono i marinai inglesi, perché inglese è il “football”, che sarà chiamato “calcio” soltanto parecchi anni più tardi. Ma non si gioca solo a calcio: a cavallo fra Ottocento e Novecento, hanno luogo anche incontri di scherma, match di lotta, prove di sollevamento pesi, regate veliche e le prime gare di ciclismo.

Da non dimenticare come il Novecento abbia contraddistinto il nostro paese con la venuta al potere di Mussolini: il regime fascista ha l’obiettivo di cambiare identità agli italiani, rinnovandoli. Nell'ambito di questo scopo, l'educazione e la pratica sportiva hanno un ruolo fondamentale. Gli sport preferiti dal fascismo sono quelli che possono essere usati ai fini dell'addestramento militare e cioè sport di squadra e fisici, funzionali all’idea di una stirpe di guerrieri.

Mussolini si propone come il primo sportivo d'Italia, praticando con passione tutti gli sport. Il Duce non si limita solo a praticare attività fisica, ma pretende che anche chi lo segue rappresenti un modello per la popolazione.

Dopo la Prima guerra mondiale l’Educazione fisica viene scorporata dai programmi dell’istruzione secondaria (anche se rimane nel programma per le scuole elementari e per gli istituti magistrali), per essere realizzata in autonomia presso le società ginnastiche e sportive designate a questo scopo dall’Ente nazionale per l’educazione fisica (ENEF) che, sotto il controllo del ministero della Pubblica Istruzione, è anche autorizzato alla preparazione del proprio personale docente.

Nel 1927, l’insegnamento dell’Educazione fisica passa dall’ENEF all’Opera nazionale balilla (ONB),  riservata ai bambini e ai ragazzi in età scolare (6-17 anni). I vari raggruppamenti, divisi per età e per sesso, hanno il compito di formare i ragazzi allo sport e ad attività para-militari, o comunque propedeutiche al servizio militare. Inoltre devono formare nei ragazzi l’identità di corpo, il culto dell’obbedienza, l’amore per la patria e per il Duce. L'educazione fisica è considerata al pari delle altre discipline scolastiche, questa educazione però non si deve limitare solo alla scuola, ma bisogna integrarla con una preparazione fornita dalle organizzazioni.  Per rafforzare l’importanza dello sport come cultura sportiva, nel 1932 viene inaugurato il “Foro Mussolini”, un attrezzatissimo complesso sportivo alla base di Monte Mario, a Roma, oggi noto come Foro Italico.

Anni dopo, la responsabilità passò alla Gioventù italiana del littorio (GIL), ma la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale, ne sanciscono la scomparsa.

Nel secondo dopoguerra vengono approvati i nuovi programmi e l’Educazione fisica ritorna ad essere amministrata dal ministero della Pubblica Istruzione. Infine, nel 1958, viene approvata la legge 88, che stabilisce i punti cardine dell’ordinamento, operanti ancora oggi, anche se riformati a più riprese negli ultimi anni.



A cura del Dr.ssa Jessica Furore

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